La vita da lontano

“Mi sono domandato spesso quando assisto ad una scena, con una o più persone, se quello che sto vedendo è una forma di “realtà” o invece è una “recita” dettata dalla particolare situazione.
Le persone – noi – hanno sempre un atteggiamento, un comportamento spontaneo, o sono spesso mediate dal ruolo che ricoprono o dalla circostanza che le vede coinvolte?
Nella Società delle Immagini, in cui è immersa la nostra realtà, l’Apparire – o il voler apparire – sovente prende il sopravvento sull’Essere; dai comportamenti alle relazioni sociali, dalla frequentazione di determinati luoghi fino all’abbigliamento, quello che l’occhio percepisce è pesantemente distorto, o quantomeno alterato, dai condizionamenti imposti da questo tipo di Società.

Questo viene ulteriormente enfatizzato se le persone agiscono in un luogo pubblico, o in una manifestazione pubblica.
Ho notato nella mia veste professionale, come la presenza di un qualsiasi media cambi, o addirittura stravolga, il comportamento della cosiddetta “gente comune”.
Sia che avessi al collo una macchina fotografica, o che portassi in spalla una telecamera, la mia presenza in veste ufficiale di “reporter” era sufficiente per modificare l’atteggiamento delle persone.
Il più delle volte enfatizzando il proprio “normale “comportamento.
Tutto questo mi ha procurato – e mi procura – un forte senso di fastidio, che a volte diventa quasi intolleranza, che non è facile far conciliare con la “professionalità” ed il distacco,che il mio ruolo m’impone.

Così, sempre più spesso mi sono ritrovato ad immaginare quale fosse il vero volto, i reali pensieri, di chi stavo guardando attraverso l’obbiettivo (che per sua natura dovrebbe essere tale…)
Se è vero che l’ufficialità del “mezzo” condiziona così pesantemente le circostanze, ho cercato di rendermi invisibile per osservare gli altri, in questi particolari frangenti.
La discrezione ed una certa indifferenza, abbinata all’uso di una reflex con teleobbiettivo, mi hanno permesso di sviluppare questa ricerca, fuori dagli “orari di lavoro”.

Immaginare, “vedere da lontano” un’altra - possibile - vita.

Osservare le persone, vederle interagire, immaginarne lo stato d’animo, rielaborate il tutto per poi procedere ad una sorta di de contestualizzazione visiva, mi ha permesso di ricreare – o ricrearmi – una specie di mondo parallelo, un’altra realtà immaginaria.
Il tutto, mediato da scelte tecniche ben precise, come l’utilizzo dello sfocato e dell’alterazione dei colori della scena presa in esame.
Poter trasportare una coppia, che attraversa un giardino, in un Eden di quiete; un banale saluto trasformato in un caldo e fraterno abbraccio; un’attesa mutata in meditazione.
O ancora, un pranzo di lavoro diventare un incontro alieno...

Non so immaginare se le mie elaborazioni di quella realtà visiva, possano realmente adattarsi al soggetto ritratto, ma sono invece convinto che non siano troppo distanti da una dimensione più “privata” che potrebbe appartenete a quello stesso soggetto.”

2013 Saverio Simoncelli tutti i diritti riservati.